I contributi previdenziali

I contributi previdenziali costituiscono un vero e proprio patrimonio del lavoratore poiché dalla loro consistenza e collocazione dipenderanno la pensione e altre prestazioni. Il patrimonio contributivo, quindi, esige di essere verificato e sottoposto a “manutenzione” per evitare brutte sorprese al momento di riscuotere l’assegno.

Proviamo ad illustrare, in sintesi, i principi posti a fondamento dell’obbligo contributivo e della prescrizione dei contributi, riportando alcune tabelle relative alle aliquote contributive e facendo anche cenno ai contributi figurativi, volontari, figurativi e da riscatto, alla ricongiunzione, al cumulo e alla totalizzazione.

N. B.: E’ da tener presente, comunque, che nel corso dell’emergenza Covid-19 sono state previste una serie di sospensioni relative agli adempimenti e versamenti contributivi per i settori particolarmente colpiti dalla crisi o obbligati alla chiusura.

I contributi obbligatori e la prescrizione

Nel caso del rapporto di lavoro subordinato (o parasubordinato), i soggetti protagonisti dell’obbligo assicurativo sono tre: il lavoratore, il datore di lavoro, l’ente di previdenza. L’onere contributivo grava sul lavoratore e sul datore di lavoro (o sul committente) e la legge stabilisce le percentuali di contribuzione.

Il datore di lavoro (o il committente) ha, inoltre, l’onere del versamento di tutta la contribuzione all’ente di previdenza.

Il lavoratore e il datore di lavoro (o il committente) non possono esimersi dall’obbligo contributivo ed è nullo ogni patto tra di essi diretto ad eludere la contribuzione.

Bisogna inoltre ricordare che nel nostro sistema previdenziale ai lavoratori dipendenti si applica il principio della “automaticità delle prestazioni”, in virtù del quale, anche in presenza di un’omissione contributiva, il diritto alla prestazione previdenziale per il lavoratore viene garantito (art. 2116 c.c.).

Il principio di automaticità, tuttavia, non è assoluto poiché l’obbligo di versamento dei contributi obbligatori è sottoposto a precisi termini di prescrizione nel senso che, se il datore di lavoro non procede al versamento entro un determinato limite temporale, il diritto del lavoratore alla contribuzione si prescrive e quindi il lavoratore si troverà di fronte ad un “buco” contributivo che potrebbe pregiudicare i suoi diritti previdenziali. In sostanza, il principio di automaticità delle prestazioni si indebolisce a fronte del compimento della prescrizione.

Eventuale rimedio ai contributi omessi e caduti in prescrizione è la “costituzione della rendita vitalizia reversibile” (pari all’importo della pensione o alla quota di pensione che sarebbe spettata al lavoratore) prevista dall’art. 13 della legge 1338/1962 che può essere chiesta dal datore di lavoro o, in subordine, dal lavoratore ma che è sottoposta a limiti in merito alla prova dell’esistenza del contratto di lavoro subordinato, della sua durata e della retribuzione e, inoltre, comporta il versamento di un onere. Nel caso in cui il lavoratore si trovi nella necessità di chiedere la costituzione della rendita vitalizia all’INPS potrà poi agire in giudizio contro il datore di lavoro chiedendo il risarcimento del danno quantificato dall’onere comunicatogli dall’INPS. La Corte di Cassazione con sentenza n. 7459 del 21/5/2002 ha ammesso anche la possibilità per il lavoratore di agire in risarcimento del danno nei confronti dell’ente di previdenza a specifiche e ben definite condizioni.

Il principio di automaticità delle prestazioni non si applica ai lavoratori autonomi e, fino al 2015 non si è applicato neanche ai lavoratori iscritti alla gestione separata INPS ai sensi dell’art. 2 comma 26 legge 335/1995 (parasubordinati). Con il decreto legislativo 80/20152 in vigore dal 26/6/2015 è stato, infatti, introdotto il principio di automaticità per gli iscritti in via esclusiva alla citata gestione limitatamente al diritto alla indennità di maternità nel caso in cui il committente non abbia versato i contributi. Si tratta, pertanto, dell’ applicazione circoscritta ad una precisa prestazione e solo nel caso in cui si tratti di collaboratori, non vale per i liberi professionisti iscritti alla gestione separata (le cosiddette partite IVA).

In quanto tempo si prescrivono i contributi?

Per effetto dell’art. 3 commi 9 e 10 della legge 335/1995 il termine di prescrizione contributiva è stato ridotto a 5 anni. Come ha avuto anche modo di chiarire definitivamente la Corte di Cassazione con un’importante sentenza il termine decorre dal momento dell’omissione e può essere interrotto solamente da atti formali quali:

  1. La denuncia recupero contributi presentata dal lavoratore o dai suoi superstiti all’Ente di previdenza o all’Ispettorato del lavoro entro i citati 5 anni, in questo caso per i contributi di carattere pensionistico il termine di prescrizione si “allarga” a 10 anni e quindi il datore di lavoro deve versare i contributi omessi durante tutto questo lasso di tempo;
  2. Gli atti interruttivi dell’ente di previdenza. Nel caso di omissioni precedenti il 31/12/1995, se sono state attivate procedure di recupero o promossi atti interruttivi entro tale data, il termine di prescrizione si “allarga” a 10 anni.

In ogni caso, per i contributi obbligatori non pensionistici la prescrizione è di 5 anni e non si può interrompere.

Questi termini valgono per il Fondo pensioni lavoratori dipendenti, per tutte le gestioni speciali, per la gestione separata e le gestioni esclusive, esonerative e sostitutive e per le Casse professionali.

Per quanto riguarda gli iscritti alle gestioni dei dipendenti pubblici, soltanto alla fine del 2017, quindi dopo ben 22 anni dalla entrata in vigore della L. n. 335/1995, l’INPS ha diramato una circolare con la quale ha ritenuto applicabile la prescrizione dei contributi anche a questi lavoratori. Dalla interpretazione particolarmente rigida fornita con la prima circolare si è passati, a seguito delle vivaci proteste dei sindacati, ad una posizione più ragionevole. In sintesi è stato chiarito che, in caso di omissione contributiva, il lavoratore del settore pubblico non subisce pregiudizio a livello pensionistico e i periodi di lavoro sono comunque riconosciuti, ma è la pubblica amministrazione a dover procedere entro il 2020 alla regolarizzazione della posizione assicurativa. In caso contrario, l’onere relativo al trattamento pensionistico del lavoratore sarà ripartito tra la pubblica amministrazione e l’Inps. Questo criterio è applicabile alla Ctps (Stato), Cpdel (enti locali) Cpug (Ufficiali giudiziari) ma non si applica alla CPI (cassa insegnanti istituti parastatali). Di conseguenza, affinché ad essi venga liquidato il trattamento pensionistico è indispensabile che o il datore di lavoro o lo stesso lavoratore procedano al versamento della riserva matematica. Per il dettaglio del complesso intreccio normativo si rinvia alla lettura delle circolari INPS (Vedi circolari Inps n. 94/2017, 169/2017, 117/2018).

Con il decreto legge n. 4/19 convertito con modifiche nella legge 26/2019 (art. 19) è stato previsto che, relativamente ai periodi precedenti il 2015, per le gestioni previdenza dei dipendenti pubblici il termine di prescrizione contributiva quinquennale non si applichi fino al 31/12/2021 fatte salve le sentenze passate in giudicato e il diritto del lavoratore all’integrale trattamento pensionistico.

I termini sono stati modificati dall’art. 11 comma 5 del decreto Milleproroghe (Decreto legge 30–12–2019 n. 162 convertito con modifiche nella legge n.8/2020. Vedi anche circolare Inps n. 25/2020) per cui ora il termine di prescrizione non si applica fino al 31/12/2022 per i periodi entro il 31–12–2015.

Di fatto si tratta di una norma che ha concesso una proroga alle pubbliche amministrazioni per la sistemazione delle posizioni contributive dei dipendenti. Da segnalare che per i dipendenti pubblici, in ogni caso, non esiste attualmente una vera e propria “denuncia recupero contributi”, ma è possibile segnalare le anomalie riscontrate solo con la RVPA (richiesta variazione posizione assicurativa) all’INPS.

E’, quindi, estremamente importante sia per i dipendenti privati che per i dipendenti pubblici una verifica periodica dell’estratto contributivo.

E’ da segnalare, inoltre, che, per effetto della emergenza Covid-19, l’articolo 37 del decreto-legge n. 18 del 17 marzo 2020 ha previsto la sospensione dei termini di prescrizione dei contributi dal 23 febbraio al 30 giugno 2020, i termini riprenderanno a decorrere dal 1 luglio 2020. La sospensione vale per tutte le gestioni previdenziali.

Sgravi contributivi e regime fiscale agevolato premi di risultato e welfare

SGRAVI CONTRIBUTIVI

L’articolo 8 del D.L. 4/2019 convertito nella legge 26/2019 ha previsto l’esonero contributivo per il datore di lavoro che assuma i beneficiari del RdC a tempo pieno e indeterminato. L’esonero, che esclude i premi e contributi Inail, si applica anche al lavoratore. L’esonero contributivo massimo è pari a 780 euro per un periodo pari alla differenza tra 18 mesi e il periodo di RdC già goduto e comunque non inferiore a 5 mensilità. L’incentivo è incrementato nel caso in cui si tratti di donne o soggetti svantaggiati.

b) — Esonero contributivo giovani eccellenze legge 145/2018

La legge 145/2018 art. 1 commi da 706 a 717 ha introdotto uno esonero contributivo per l’assunzione per l’assunzione a tempo indeterminato nel 2019, di soggetti che abbiano ottenuto titoli di laurea magistrale o di dottorato di ricerca con determinati requisiti e con votazioni finali eccellenti. L’incentivo consiste nell’esonero dal versamento dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, con esclusione dei premi e contributi per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, per un periodo massimo di 12 mesi, decorrenti dalla data di assunzione, nel limite massimo di 8.000 euro per singolo rapporto di lavoro. Lo sgravio è cumulabile con altri incentivi.

c) — Esonero contributivo della legge 205/2017

Per incentivare l’occupazione giovanile la legge di bilancio 2018 (Legge 205/2017 art. 1 commi 100–108 e 113–114) ha previsto un esonero dal versamento dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per le nuove assunzioni a tempo indeterminato con contratto a tutele crescenti effettuate a partire dal 1/1/2018. Sono esclusi i rapporti di apprendistato e lavoro domestico. Deve trattarsi di lavoratori che non abbiano compiuto 30 anni di età e non siano stati occupati a tempo indeterminato con lo stesso datore di lavoro o con altri nel corso dell’intera vita lavorativa. Solo per le assunzioni effettuate nel corso del 2018 la norma prevede l’esonero per le assunzioni di lavoratori che non abbiano compiuto i 35 anni di età (quindi entro 34 anni e 364 giorni). L’incentivo è pari al 50% dei complessivi contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro con esclusione dei premi e contributi dovuti dall’INAIL nel limite massimo di 3.000 euro su base annua da riparametrare e applicare su base mensile. La durata dello sgravio è di 36 mesi. La stessa agevolazione si applica in caso di mantenimento in servizio di lavoratore al termine del periodo di apprendistato se il lavoratore al termine di questo non ha compiuto i 30 anni, in questo caso il periodo massimo del beneficio è di 12 mesi. L’esonero si eleva al 100% dei contributi complessivi (sempre nel limite di 3.000 € su base annua) se si tratta di assunzioni di giovani che nei sei mesi precedenti hanno svolto presso lo stesso datore di lavoro attività di alternanza scuola-lavoro o periodi di apprendistato per la qualifica e diploma professionale, diploma di istruzione secondaria superiore, certificato di specializzazione tecnica superiore o periodi di apprendistato in alta formazione. Con la legge di bilancio per il 2019 (legge 145/2018 art. 1 comma 247) la misura è stata prorogata nei termini disciplinati dai decreti direttoriali ANPAL n. 178/2019 e n. 311/2019.

d) — Sgravio contributivo della legge 232/2016

La legge di bilancio per il 2017 (Legge 232/2016 art. 1 commi da 308 a 309) aveva previsto uno sgravio contributivo per promuovere nuove assunzioni a tempo indeterminato, compreso l’apprendistato (esclusi i contratti di lavoro domestico e quelli relativi agli operai del settore agricolo) decorrenti dal 1/1/2017 al 31/12/2018. L’esonero contributivo è riconosciuto per un periodo massimo di 36 mesi nel limite massimo di 3.250 euro su base annua. Resta ferma l’aliquota di computo delle prestazioni pensionistiche. Tale sgravio spetta anche ai datori di lavoro che assumono a tempo indeterminato alle condizioni di cui sopra, entro sei mesi dall’acquisizione del titolo di studio, studenti che hanno svolto presso lo stesso datore di lavoro periodi di alternanza scuola/lavoro a determinate condizioni.

e) — Sgravio contributivo della legge 208/2015

Per il 2016 era stato previsto uno sgravio contributivo per i contratti a tempo indeterminato (escludi apprendisti e lavoro domestico) accesi dal 2016, seppur ridotto rispetto a quello definito l’anno precedente (vedi sotto punto b). Quindi, a di datori di lavoro che nel corso del 2016 procedevano ad assunzioni a tempo indeterminato veniva riconosciuto uno sconto sulla contribuzione nella misura del 40%, con esclusione dei premi INAIL, nella misura massima di 3.250 euro per un periodo massimo di 24 mesi. Il beneficio non si applicava in caso di assunzioni lavoratori che nei sei mesi precedenti siano risultati occupati a tempo indeterminato e per i quali erano già in essere contratto a tempo indeterminato nei tre mesi antecedenti la data di entrata in vigore della legge anche in società controllate o collegate al datore di lavoro che procede all’assunzione. L’incentivo spettava anche ai datori di lavoro del settore agricolo a determinate condizioni giuridiche e finanziarie, inoltre il datore di lavoro che subentrasse nella fornitura di servizi in appalto e che assumesse un lavoratore per il quale il datore di lavoro cessante fruiva del beneficio preservava il diritto alla fruizione dello stesso per la durata residua.

f) — Sgravio contributivo previsto dalla legge 190/2014

La legge di stabilità per il 2015 (legge 190/2014) ha previsto la decontribuzione nel limite i 8.060 euro annui per i contratti di lavoro a tempo indeterminato accesi dal 1 gennaio 2015 per un periodo massimo di 36 mesi. Con circolare n. 17/2015 l’INPS ha fornito le indicazioni attuative della norma tra le quali: la non applicabilità dell’agevolazione per i contratti di lavoro intermittente o a chiamata (a causa dell’intrinseca instabilità dell’attività) e il riproporzionamento del tetto dell’agevolazione nel caso di contratti di lavoro part-time.

Il beneficio spetta, ai datori di lavoro privati, a condizione che nei sei mesi precedenti l’assunzione il lavoratore non sia stato occupato, presso qualsiasi datore di lavoro con contratto a tempo indeterminato o nell’arco dei tre mesi precedenti la data in vigore dalla Legge di stabilità 2015 il lavoratore abbia avuto rapporti di lavoro a tempo indeterminato con il datore di lavoro richiedente l’incentivo o con società da questo controllate o collegate ai sensi dell’art. 2359 c.c. o facenti capo ad esso, anche per interposta persona.

Questo esonero contributivo è pari ai contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, fatti salvi: i premi e contributi dovuti dall’INAIL, il contributo al c.d. Fondo di Tesoreria (Fondo per l’erogazione ai lavoratori dipendenti del settore privato dei trattamenti di fine rapporto di cui all’art. 2120 c.c. previsto dal comma 755 della legge 296/2006 per le aziende con almeno 50 dipendenti) se dovuto, il contributo, se dovuto, ai fondi di solidarietà di cui all’art. 3 commi 3, 14, 19 legge 92/2012.

La legge ha contestualmente abrogato, con riferimento alle assunzioni decorrenti dal 1 gennaio 2015, i benefici contributivi previsti dall’art. 8 comma 9 della legge 407/1990 e ss. modifiche, si tratta degli incentivi previsti per le assunzioni a tempo indeterminato dei disoccupati da almeno 24 mesi o in CIGS.

g) — Sgravi contributivi per incentivare la contrattazione di secondo livello

Il fondo per incentivare la decontribuzione di secondo livello è stato ridotto.

A questo proposito è utile ricordare che per incentivare la contrattazione di secondo livello e la competitività la legge 247/2007 art. 1 comma 67 aveva introdotto (abrogando contestualmente precedenti norme) in via sperimentale nel triennio 2008/2010 uno sgravio contributivo sulle erogazioni previste dai contratti di secondo livello entro i limiti previsti dalle risorse stanziate (650 milioni di euro annui di cui 62.5% destinati alla contrattazione aziendale e 37.5% alla contrattazione territoriale). Il beneficio è stato disciplinato:

  • per il 2008 dal decreto interministeriale 7–5–2008 (in GU n. 178 del 31–7–2008)
  • per il 2009 dal decreto interministeriale 17–12–2009 (in GU 11–3–2010 n. 58)
  • per il 2010 dal decreto ministeriale 3–8- 2011 (GU n. 301 28–12–2011)

Lo sgravio contributivo era stato confermato anche per l’anno 2011 dall’art. 53 comma 2 DL 78/2010 convertito nella legge 122/2010 nei limiti delle somme stabilite dall’art. 1 c. 68 legge 247/2007 e dall’art. 1, comma 47, quarto periodo della legge 13 dicembre 2010, n. 220. E’ stato il decreto interministeriale del 24 gennaio 2012 (pubblicato in GU 8–6–2012 n. 132) a dare attuazione alle norme.

Lo sgravio è stato successivamente prorogato anche per il 2012 dall’art. 26 del decreto legge 98/2011 convertito nella legge 111/2011 nel combinato disposto con l’art. 22 commi 6 e 7 e art. 33 comma 14 della legge 183/2011.

L’art. 4 comma 28 della legge 92/2012 ha poi abrogato il citato comma 14 e reso strutturale dal 2012 lo sgravio, (tuttavia la dotazione economica originaria di 650 milioni € annui già presenti nello stato di previsione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, relative al Fondo per il finanziamento di sgravi contributivi per incentivare la contrattazione di secondo livello era stata ridotta) alle condizioni previste dall’art. 1 comma 67 della legge 247/2007.

Solo il 14 febbraio 2014 era stato firmato il decreto interministeriale, con una dote di 607 milioni di euro (in luogo dei 650 milioni previsti) per riaprire alle aziende, che avevano siglato accordi di secondo livello durante il 2013, la possibilità di accedere alla decontribuzione. Il 62,5% delle risorse sono destinate alla contrattazione aziendale, il 37,5% a quella territoriale.

Per accedere a questo tipo di beneficio è necessaria la domanda da parte dell’azienda. Esso consiste nello sgravio contributivo sugli importi della contrattazione di secondo livello aziendale e territoriale entro il limite del 2,25% della retribuzione contrattuale annua di ciascun lavoratore entro la misura massima di 25 punti dell’aliquota a carico del datore di lavoro (al netto delle riduzioni contributive per assunzioni agevolate, delle eventuali misure compensative spettanti e, in agricoltura, al netto delle agevolazioni per territori montani svantaggiati) e per il totale dell’aliquota per quanto riguarda il lavoratore. Il provvedimento ministeriale prevede che — in relazione al monitoraggio delle domande e delle risorse finanziarie impegnate — il citato tetto del 2,25% possa essere rideterminato — in sede di conferenza dei servizi tra le Amministrazioni interessate indetta ai sensi dell’articolo 14 della legge n. 241 del 1990 e successive modificazioni e integrazioni — fermo restando il tetto massimo della retribuzione contrattuale, stabilito dal comma 67 dell’articolo 1 della legge n. 247/2007, nella misura del 5%

Condizione per l’accesso al beneficio è la sottoscrizione da parte dei datori di lavoro di contratti collettivi aziendali e territoriali, depositati presso la DPL entro 30 giorni dalla entrata in vigore del decreto ministeriale e, inoltre, la previsione di erogazioni incerte nella corresponsione e nell’ammontare e correlate a parametri diretti a misurare gli aumenti di produttività, qualità, e altri elementi di competitività.

Sono escluse dal beneficio le pubbliche amministrazioni (di cui al decreto legislativo n. 165/2001) relativamente ai dipendenti per i quali la contrattazione collettiva è demandata all’ARAN.

Inoltre, non possono accedervi le aziende che al momento dell’effettiva fruizione dello sgravio non risultano in regola con i pagamenti dei contributi e in generale con le norme in tema di lavoro e sicurezza né coloro che erogano retribuzioni inferiori a quelle stabilite da leggi, regolamenti, ccl.

Per effetto delle misure finanziarie intervenute con la legge 190/2014 (art. 1 comma 313) era stata ridotta la percentuale di sgravio dell’incentivo per il 2015. Di conseguenza, il Decreto del Ministero del Lavoro 8 aprile 2015 aveva previsto che sulle somme corrisposte nel 2014, veniva concesso, con effetto dal 1/1/2015, ai datori di lavoro, secondo la consueta procedura, una riduzione contributiva sulle quote previste dai contratti collettivi aziendali e territoriali ovvero di secondo livello, nella misura dell’1,60% della retribuzione contrattuale percepita nella ripartizione prevista dalla legge e sopra descritta. Nel 2016 la decontribuzione per incentivare la contrattazione di secondo livello non era stata prevista, invece è stata ripristinata, con alcune particolarità, nel 2017. Infatti, l’art. 55 del decreto legge 50/2017 ha previsto la decontribuzione di 20 punti percentuali sull’importo massimo di 800 euro dei premi in caso di coinvolgimento paritetico dei lavoratori. Il lavoratore su tale importo non deve alcuna contribuzione. Corrispondentemente, però, è ridotta l’aliquota di computo a fini pensionistici. La riduzione dell’aliquota di computo comporta ovviamente la riduzione della pensione e questo è un aspetto molto delicato che dovrà essere attentamente valutato per compiere scelte adeguate in sede di contrattazione aziendale.

REGIME FISCALE AGEVOLATO PREMI DI RISULTATO E WELFARE

Con la circolare congiunta n° 3/e del 14 febbraio 2011 l’Agenzia delle entrate e il Ministero del lavoro hanno chiarito che le condizioni di applicabilità dell’imposta sostitutiva del 10% sui premi di risultato sono le medesime già previste dal decreto legge 78/2010, ovvero che l’imposta sostitutiva dell’imposta personale sul reddito del 10% è applicabile solo sulle somme erogate a fronte di accordi o contratti collettivi territoriali o aziendali anche preesistenti alla entrata in vigore della legge, purché in corso di efficacia.

Per quanto riguarda il 2012 il combinato disposto dell’articolo 26 del decreto legge 98/2011 convertito nella legge 111/2011 e degli articoli 22 commi 6 e 7 e 33 comma 12 della legge 183/2011 in tema di contratti di produttività, prevedeva tra l’altro che “Il Governo, sentite le parti sociali, provvede entro il 31 dicembre 2011 alla determinazione del sostegno fiscale e contributivo previsto nel presente comma nei limiti delle risorse stanziate con la legge di stabilità ovvero previste a tali fini dalla vigente legislazione” e che “ciascuna regione, conformemente al proprio ordinamento, può disporre la deduzione dalla base imponibile dell’imposta regionale sulle attività produttive delle somme erogate ai lavoratori dipendenti del settore privato in attuazione di quanto previsto da contratti collettivi aziendali o territoriali di produttività”. Ha dato attuazione (senza il previsto confronto con le parti sociali) a questa disposizione in materia di detassazione il DPCM 23 marzo 2012 (GU n. 125 del 30 maggio 2012) nel limite di 835 milioni di euro per il 2012 stabilendo che la tassazione agevolata del 10% dei premi di produttività trovava applicazione, per il 2012, entro il limite di importo complessivo di 2.500 euro lordi, anziché 6.000 dello scorso anno, e per redditi da lavoro dipendente non superiori, nell’anno 2011, a 30.000 euro, anziché 40.000 dello scorso anno, al lordo delle somme assoggettate nel medesimo anno 2011 all’imposta agevolata.

Con il comma 481 della legge 228/2013 è stata prevista la proroga per il 2013 del regime fiscale agevolato per la retribuzione di produttività nel limite delle risorse stanziate pari a 950 milioni di euro nel 2013 in base ai seguenti parametri stabiliti dal DPCM 22 gennaio 2013 (pubblicato in GU n. 75 del 29–3–2013): tassazione sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunicali del 10%, in riferimento esclusivamente al settore privato per titolari di reddito da lavoro dipendente non superiore nel 2012 a 40.000 euro al lordo delle somme assoggettate per il 2012 all’imposta sostituiva, entro il limite complessivo di importo non superiore a 2.500 euro lordi nel 2013.

Per effetto del comma 482 della medesima legge 228/2013 il regime fiscale agevolato è stato previsto anche per il 2014 e il 2015 nel limite di stanziamento di 600 milioni per il 2014 e 200 milioni nel 2015.

Per il 2014 il Dpcm 19 febbraio 2014 ha disciplinato il beneficio prevedendone l’applicazione per i dipendenti del settore privato titolari di reddito da lavoro dipendente non superiore, nell’anno 2013, ad euro 40.000, al lordo delle somme assoggettate all’imposta sostitutiva dl 10%. La retribuzione di produttività’ individualmente riconosciuta per beneficiare dell’agevolazione non poteva essere complessivamente superiore, nel corso dell’anno 2014 a 3.000 euro lordi.

La legge di stabilità 2015 taceva sul punto sebbene la legge 228/2013 avesse previsto per il 2015 uno stanziamento di 200 milioni di euro per finanziare la misura.

Con la legge di stabilità per il 2016 (legge 208/2015 art. 1, commi 182 -190) è stata ripristinata la detassazione sui premi di produttività e si valorizza il welfare aziendale. Infatti viene prevista, limitatamente al settore privato, un’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali pari al 10% sui premi di risultato la cui corresponsione sia legata ad incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza ed innovazione, entro il limite di importo complessivo di 2.000 euro lordi, erogati per il tramite della contrattazione integrativa aziendale o territoriale e anche sulle somme erogate sotto forma di partecipazione agli utili di impresa per i titolari di reddito da lavoro dipendente, di importo non superiore, nell’anno precedente a quello di percezione dei premi di risultato, a 50.000 euro. Il tetto della detassazione sale a 2.500 euro per le aziende che attuano forme partecipative, coinvolgendo “pariteticamente” i lavoratori nell’organizzazione del lavoro. Inoltre, nel caso in cui il lavoratore scelga, in tutto o in parte, di utilizzare le somme erogate a titolo di premio di risultato tramite somme, valori o prestazioni di welfare aziendale, queste nel rispetto dei limiti ivi indicati sono fiscalmente esenti e non ad esse non si applica l’imposta sostitutiva. Per la determinazione dei premi di produttività è computato il periodo obbligatorio di congedo di maternità.

La legge di bilancio per il 2017 (legge 232/2016 art. comma 160) è intervenuta per sostenere ulteriormente i premi di risultato, in particolare ha previsto che il tetto massimo di reddito da lavoro dipendente passa da 50.000 a 80.000 euro e l’imposta sostitutiva del 10% sia applicabile ai premi fino a 3.000 euro per la generalità dei casi e fino a 4.000 in caso di coinvolgimento paritetico dei lavoratori nell’organizzazione del lavoro. Quest’ultimo beneficio, tuttavia, è stato abrogato dall’art. 55 del decreto legge 50/2017 che ha previsto la decontribuzione di 20 punti percentuali sull’importo massimo di 800 euro dei premi in caso di coinvolgimento paritetico dei lavoratori. Quindi, in sostanza, l’aliquota sostitutiva del 10% anche in questo caso si applica ai premi fino a 3.000 e si combina con una decontribuzione del 20% per il datore di lavoro su di una quota di premio non superiore a 800. Il lavoratore su tale importo non deve alcuna contribuzione. Corrispondentemente, però, è ridotta l’aliquota di computo a fini pensionistici. La legge prevede altresì che alcuni contributi versati dal datore di lavoro per scelta del lavoratore in sostituzione, in tutto o in parte, delle somme dovute a titolo di premio di risultato, non concorrano a formare il reddito da lavoro dipendente, né sono soggetti all’imposta sostitutiva del 10% (La circolare n.5/E del 29/3/2018 dell’Agenzia delle Entrate fornisce importanti indicazioni sull’applicazione delle agevolazioni fiscali dei premi di risultato alla luce delle modifiche normative intervenute tra il 2015 e il 2018).

Si tratta di:

  • contributi alle forme pensionistiche complementari, anche quando eccedano il limite di euro 5.164,57 (derivante dalla somma fra i contributi del datore di lavoro e quelli versati dal lavoratore medesimo), previsto dall’art. 8, commi 4 e 6, del D. Lgs 252/2005. Tali contributi, inoltre, non concorrono a formare la parte imponibile delle prestazioni pensionistiche complementari il capitale o rendita;
  • i contributi di assistenza sanitaria di cui all’articolo 51, comma 2, lettera a), del testo unico delle imposte sui redditi, di 22 dicembre 1986, n. 917, anche se eccedenti i limiti di 3.615,20 euro, indicati nel medesimo articolo 51, comma 2, lettera a) del TUIR;
  • il valore delle azioni di cui all’articolo 51, comma 2, lettera g), del testo unico, anche se eccedente il limite ivi indicato (2.065,83).

Lavoratori dipendenti: minimali, massimali, aliquote contributive

Inoltre, nei casi in cui questi limiti risultassero inferiori al 9,5% dell’importo del trattamento minimo mensile di pensione a carico del Fondo pensioni lavoratori dipendenti, devono essere comunque adeguati a tale minimale.

Considerata la variazione dei prezzi al consumo, nel 2021 il Trattamento Minimo mensile è pari a 515,58 € (Vedi circolare Inps n. 10 del 29/01/2021) e, pertanto, il minimale di retribuzione settimanale è pari a 206,23 € (40% del TM) e quello giornaliero imponibile è pari a 48,98 € (9,5% del TM).

Nel caso di rapporti di lavoro part-time, dal 1989 è stato previsto un apposito minimale di retribuzione oraria applicabile in base al combinato disposto della legge 389/1989 art.1 commi 1 e 4, decreto legislativo n. 314/1997 art. 6, e art. 9 decreto legislativo 61/2000. A titolo di esempio, considerato un orario di lavoro a tempo pieno di 40 ore, il procedimento di calcolo del minimale giornaliero è: € 48,98 x 6 / 40 =7,35. E, come nel caso del pubblico impiego, qualora l’orario normale sia 36 ore settimanali su 5 giorni, il calcolo sarà: € 48,98 x 5/36= 6,80 €.

Dal 1993 a carico del lavoratore al quale si applicano aliquote contributive inferiori al 10% deve essere applicata un’aliquota aggiuntiva dell’1% sulla quota di retribuzione che eccede il limite della prima fascia di retribuzione pensionabile. Per il 2021 tale aliquota deve essere applicata sulla retribuzione pensionabile annua che supera i 47.379,00 €.

L’art. 2 comma 18 della legge 335/1995 ha previsto solo per gli iscritti alla previdenza obbligatoria cui si applica il sistema contributivo puro (nuovi assicurati dal 1/1/1996) e per coloro che vi optano, un massimale annuo della base contributiva e pensionabile, che nel 2021 è pari a 103.055,00 €.

Il decreto legge n. 4/209 convertito nella legge n. 26/2019 art. 21 ha però previsto che, in deroga a tale norma, i lavoratori delle pubbliche amministrazioni dove non siano state attivate forme di previdenza complementare con oneri a carico del datore di lavoro possano essere esclusi da questo massimale, e quindi, in sostanza possano optare per versare i contributi previdenziali obbligatori anche oltre tale limite reddituale (Vedi circolare Inps n. 10 del 29/01/2021)

L’accredito dei contributi obbligatori e figurativi è sottoposto ad un limite relativo alla retribuzione pari al 40% del trattamento minimo di pensione in vigore al 1 gennaio dell’anno di riferimento. Tale parametro è pari, nel 2021 a 206,23 € (limite settimanale per l’accredito dei contributi) e a 10.723,96 € (limite annuale per l’accredito dei contributi). Se non si raggiunge tale minimale i contributi verranno contratti.

Di seguito si riportano alcune aliquote contributive di invalidità, vecchiaia, superstiti dei lavoratori dipendenti.

Soppressione IPOST, INPDAP, ENPALS

Lavoratori domestici

Nella circolare INPS 25 gennaio 2021, n.9 vengono riportate le tabelle dettagliate con gli importi dei contributi dovuti dal 1° gennaio 2021 al 31 dicembre 2021.

Continuano anche ad avere effetto le norme introdotte dalla legge n. 92/2012 di riforma del mercato del lavoro che, tra l’altro, prevedono un contributo addizionale dell’1,40%, diretto a finanziare la Naspi, sui contratti a tempo determinato, contributo che viene rimborsato, in presenza di determinate condizioni, in caso di conversione del contratto in tempo indeterminato (rif. Circolare INPS n. 25/2013). Di conseguenza, le tabelle dei contributi dei lavoratori domestici a partire dal 2013 distinguono tra contributi dovuti in caso di contratto a tempo indeterminato e contratti a tempo determinato.

Il contributo Cuaf (Cassa unica assegni familiari) non è dovuto solo nel caso di rapporto di lavoro tra coniugi, il quale a sua volta è ammesso solo se il datore di lavoro coniuge è titolare di indennità di accompagnamento, e tra i parenti o affini entro il terzo grado conviventi laddove riconosciuto dalla legge.

Lavoratori dello spettacolo e sportivi professionisti

Il massimale annuo della base contributiva e pensionabile previsto per i lavoratori iscritti a forme di previdenza obbligatoria dopo il 31/12/1995 oppure che hanno optato per il sistema contributivo è pari a 103.055,00 € mentre l’aliquota aggiuntiva a carico del lavoratore, pari all’1% (prevista dall’art. 3 ter del decreto legge n.384/1992 convertito nella legge n. 438/1992) si applica per la parte di retribuzione eccedente 47.379,00 € annui ed entro il limite di 103.055,00.

Il contributo di solidarietà previsto dall’art. 1 commi 8 e 14 del d.lgs. 182/1997 nella misura del 2,5% a carico del lavoratore e del 2,5% a carico del datore di lavoro, si applica per l’anno 2021 per la parte di retribuzione eccedente 103.055,00 € e i massimali di retribuzione giornaliera sotto indicati.

Per i lavoratori già iscritti a forme pensionistiche obbligatorie al 31/12/1995 è previsto un massimale giornaliero che nel 2021 è pari a 751,00 € e che da luogo all’accredito delle seguenti giornate di contribuzione:

L’aliquota aggiuntiva (1% a carico del lavoratore) si applica sulla parte di retribuzione giornaliera eccedente 152,00 € e sino al massimale di retribuzione giornaliera imponibile relativo alle sopra indicate fasce di retribuzione giornaliera.

Le aliquote contributive dei lavoratori dello spettacolo per l’anno 2021 sono le seguenti:

Per i tersicorei e i ballerini iscritti all’ENPALS dopo il 31/12/1995 è prevista un’aliquota maggiorata come indicato nella tabella 2:

In caso di rapporti di lavoro agevolati (codici CS, C,F, KF, PA, GQ, MO, MD, MT, MI) per i quali la normativa stabilisca che la quota dei contributi previdenziali è dovuta in misura pari a quella degli apprendisti, per il datore di lavoro l’aliquota è pari al 10%, fermo restando la quota dovuta dal lavoratore.

Lavoratori parasubordinati

Per i lavoratori autonomi titolari di partita Iva iscritti alla citata gestione separata in via esclusiva cioè non iscritti ad altre gestioni di previdenza obbligatoria né pensionati la storia delle aliquote contributive e di computo è piuttosto contorta negli ultimi anni. Nel 2014, questi lavoratori , hanno visto il blocco dell’aliquota contributiva al 27%, (art. 1 comma 744). La legge n. 11/2015 di conversione del decreto legge mille proroghe n. 192/2014 (articolo 10 bis) ha poi modificato l’articolo 1 comma 744 della legge 147/2013 prevedendo che per i titolari di partita Iva iscritti in via esclusiva alla gestione separata INPS nel 2015 l’aliquota previdenziale sia pari al 27%, 28% nel 2016, del 29% nel 2017. Tuttavia, con la legge 208/2015 art. 1 comma 203 il blocco della aliquota al 27% per questi lavoratori è stato confermato anche nel 2016. Infine, la legge 232/2016 ha previsto dal 2017 la riduzione dei contributi al 25%.

Le aliquote contributive di finanziamento oggi sono, quindi, quelle indicate nella seguente tabella e vengono differenziate a seconda che l’interessato sia iscritto alla sola gestione separata INPS oppure sia iscritto anche ad altra gestione obbligatoria. Nel primo caso è dovuto un contributo aggiuntivo dello 0,72% (previsto dall’art. 59 comma 16 della legge n. 449/1997) diretto a finanziare le prestazioni di maternità, assegni al nucleo familiare, degenza ospedaliera, malattia e un ulteriore contributo dello 0,51% per i soli collaboratori (cioè non liberi professionisti) diretto a finanziare la indennità di disoccupazione mensile (DIS COLL) introdotta in via sperimentale nel 2015, successivamente estesa e infine stabilizzata dalla legge n. 81/2017.

Le sopracitate aliquote si applicano fino al massimale annuo di reddito dell’iscritto alla gestione separata che per il 2021 è pari a: 103.055,00 €.

Il minimale di reddito per ottenere l’accredito contributivo dell’intero anno è 15.953,00 € annuale.

Nel caso in cui alla fine dell’anno il minimale non sia raggiunto, si procede ad una contrazione dei mesi accreditati in proporzione al contributo versato. Nella seguente tabella il riepilogo dei minimali contributi. Di seguito si riepilogano gli importi per gli Iscritti alla gestione art. 2 c. 26 legge 335/1995.

I compensi dei collaboratori sono assimilati ai redditi da lavoro dipendente e si applica l’art. 51 comma 1 TUIR in base al quale le somme corrisposte entro il 12 del mese di gennaio si considerano percepite nel periodo d’imposta precedente (c.d. principio di cassa allargato).

Il versamento contributivo segue il principio di cassa per cui bisogna fare riferimento al reddito dell’anno in cui il compenso è effettivamente percepito anche se si riferisce ad attività svolta in altro anno solare.

Ciò ha evidentemente importanti effetti sull’accesso alle prestazioni previdenziali.

Vedi: Circolare Inps n. 12 del 05/02/2021: Aumento aliquote contributive per i soggetti iscritti alla Gestione Separata

Artigiani e commercianti

L’aliquota è ridotta del 50% per gli artigiani e commercianti con un’età superiore a 65 anni già pensionati presso le gestioni dell’INPS.

I coadiuvanti e coadiutori di età inferiore a 21 anni continuano a godere delle agevolazioni stabilite dalla legge n. 233/1990 art. 1 c. 2.

Deve, inoltre, essere versato un ulteriore contributo per prestazioni di maternità nella misura dello 0,62% mensile.

Per i soli iscritti alla gestione esercenti attività commerciali, alla aliquota prevista deve essere sommata un’aliquota aggiuntiva dello 0,09% come stabilito dall’art. 5 d.lgs. 207/1996 utile ai fini dell’indennizzo per la cessazione definitiva dell’attività commerciale e il contributo è stato prorogato fino al 31/12/ 2014.

Per il 2021 il reddito minimo annuo da prendere in considerazione ai fini del calcolo del contributo IVS per gli esercenti attività artigiane e commerciali è pari a 15.953,00 € mentre il limite della prima fascia di retribuzione annua pensionabile è pari a 47.379,00 €. Le aliquote e gli importi contributivi minimi del 2021 per gli scaglioni di reddito fino a 47.379,00 € sono quindi i seguenti:

Per i redditi superiori a 47.379,00 € è confermato l’aumento dell’1% dell’aliquota, ai sensi dell’art. 3 ter legge 438/1992.

Negli ultimi anni è stato introdotto a certe condizioni un regime contributivo agevolato per gli esercenti attività di impresa che accedano al regime fiscale agevolato, la normativa negli anni è stata modificata. Per i dettagli si rinvia alla circolare n. 35/2016, limitandoci a segnalare che “la novità rispetto al regime precedente consiste nel fatto che la contribuzione dovuta, sia quella sul reddito entro il minimale, sia quella sul reddito eventualmente eccedente, viene ridotta del 35%. Ai fini dell’accredito della contribuzione versata, continua ad applicarsi l’art. 2 comma 29 della legge 8 agosto 1995, n. 335, in base al quale il pagamento di un importo pari al contributo calcolato sul minimale di reddito, attribuisce il diritto all’accreditamento di tutti i contributi mensili relativi a ciascun anno solare cui si riferisce il pagamento”. Queste disposizioni non sono state modificate, quindi si considerano in vigore anche nel 2021.

Per quanto riguarda il massimale di reddito imponibile per il 2021, per gli iscritti alle gestioni artigiani e commercianti con decorrenza o anzianità contributiva precedente il 1996 è pari a 78.975,00 €; per gli iscritti alle gestioni artigiani e commercianti con decorrenza successiva al 31/12/1995 e privi di anzianità contributiva precedente è pari a 103.055,00 € e non è frazionabile a mese.

Secondo la previsione della legge n. 438/1992 il contributo obbligatorio dovuto da artigiani e commercianti è calcolato sulla totalità dei redditi d’impresa denunciati a fini IRPEF ed è rapportato ai redditi d’impresa prodotti nello stesso anno al quale il contributo si riferisce (quindi per i contributi per l’anno 2021 ci si riferirà al reddito del 2021 da comunicare del fisco nel 2022).

Quando la somma dei contributi sul minimale e di quelli a conguaglio è inferiore a quanto dovuto sulla totalità dei redditi d’impresa realizzati nel 2021 è dovuto un ulteriore contributo a saldo.

Gli affittacamere e i produttori di terzo e quarto gruppo iscritti alla gestione commercianti non sono soggetti al minimale annuo di reddito e, pertanto, sono tenuti al solo versamento dei contributi a percentuale invalidità, vecchiaia e superstiti calcolati sull’effettivo reddito, maggiorati dell’importo della contribuzione dovuta per le prestazioni di maternità pari a 0,62% mensili.

Le altre tipologie di contributi

I contributi figurativi

I contributi figurativi con accredito a domanda sono previsti per i periodi di:

  • servizio militare;
  • malattia e infortunio;
  • assenza dal lavoro per donazione sangue;
  • congedo per maternità durante il rapporto di lavoro (ex astensione obbligatoria per gravidanza e puerperio);
  • maternità al di fuori del rapporto di lavoro corrispondente al congedo per maternità;
  • congedo parentale (ex assenza facoltativa post partum);
  • riposi giornalieri (ex permessi per allattamento);
  • assenze dal lavoro per malattia del bambino;
  • congedo per gravi motivi familiari;
  • permesso retribuito ai sensi della Legge 104/92 (handicap grave);
  • congedo straordinario ai sensi della Legge 388/2000 (handicap grave);
  • periodi di aspettativa per lo svolgimento di funzioni pubbliche elettive o per l’assunzione di cariche sindacali.

L’accredito d’ufficio è previsto in caso di:

  • in cassa integrazione guadagni straordinaria;
  • assunto con contratto di solidarietà;
  • impegnato in lavori socialmente utili;
  • di indennità di mobilità;
  • di indennità di disoccupazione;
  • Aspi, Mini Aspi, Naspi
  • di assistenza antitubercolare a carico dell’Inps

Per poter attribuire un valore ai contributi figurativi, utili per raggiungere il diritto alla pensione e per determinarne l’ammontare seppure con alcuni limiti per quanto riguarda il diritto alla pensione di anzianità o anticipata, si applica l’articolo 8 della legge n. 155/1981 che definisce i criteri del valore retributivo stabilendo che esso è “determinato sulla media delle retribuzioni settimanali percepite in costanza di lavoro nell’anno solare in cui si collocano i predetti periodi o, nell’anno di decorrenza della pensione, nel periodo compreso sino alla data di decorrenza della pensione stessa.

Dal calcolo suddetto sono escluse le retribuzioni settimanali percepite in misura ridotta per uno degli eventi che, in base alle disposizioni vigenti, danno diritto all’accredito di contribuzione figurativa o per i trattamenti di integrazione salariale”.

Nel caso in cui nell’anno solare “non risultino retribuzioni effettive, il valore retributivo da attribuire ai periodi riconosciuti figurativamente è determinato con riferimento all’anno solare immediatamente precedente nel quale risultino percepite retribuzioni in costanza di lavoro”.

L’articolo 40 della legge n. 183/2010 ha stabilito, per gli eventi verificatisi nel corso del rapporto di lavoro (quindi ad esempio la maternità e non la disoccupazione) dopo il 31 dicembre 2004, che il valore retributivo da attribuire per ciascuna settimana ai periodi riconosciuti figurativamente “è pari all’importo della normale retribuzione che sarebbe spettata al lavoratore, in caso di prestazione lavorativa, nel mese in cui si colloca l’evento” e ha precisato che tale importo “deve essere determinato dal datore di lavoro sulla base degli elementi retributivi ricorrenti e continuativi”.

Per quanto riguarda gli elementi retributivi da prendere a riferimento per il calcolo, come si può notare l’art. 8 della legge n. 155/1981 ha scelto una formulazione generica per quanto ampia; l’articolo 40 della legge n. 183/2010 precisa che si deve trattare di elementi retributivi ricorrenti e continuativi; mentre l’ art. 2 comma 10 della legge n. 92/2012, nel combinato disposto con il comma 6 dell’art. 10, in riferimento al periodo di godimento dell’Aspi, non solo prende a riferimento la media delle retribuzioni imponibili degli ultimi 2 anni ma precisa che si considerano gli elementi continuativi, non continuativi e le mensilità aggiuntive e questa impostazione è stata confermata anche per la Naspi introdotta nel 2015.

Questa breve ricostruzione normativa è necessaria per capire quanto delicato sia il tema della determinazione del valore della contribuzione figurativa. Sin da 1986 l’INPS, nell’individuare la retribuzione utile, prende in considerazione solo 12 mensilità escludendo quindi tredicesima, quattordicesima e le altre mensilità aggiuntive.

A partire dalla sentenza n. 16313/2004 la Corte di Cassazione ha smentito l’orientamento dell’INPS riconoscendo al concetto di retribuzione imponibile un valore più ampio di quello civilistico e, quindi, ammettendo che il calcolo deve considerare anche tredicesima e quattordicesima. Pur risultando costantemente soccombente in giudizio l’INPS non ha tuttavia mutato orientamento poiché vi si oppongono, per ragioni di copertura finanziaria, i Ministeri Vigilanti del Lavoro e dell’Economia.

I lavoratori, quindi, devono agire in giudizio se vogliono far valere il diritto al ricalcolo della pensione con la corretta valorizzazione della contribuzione figurativa.

Contributi volontari

Da alcuni anni è prevista anche la possibilità di effettuare versamenti volontari in alcune situazioni di sospensione del rapporto di lavoro oppure nel caso di part-time. Inoltre, per l’attività di lavoro nel settore agricolo è possibile chiedere l’integrazione dei versamenti a determinate condizioni e possono procedere ai versamenti volontari anche gli iscritti alla gestione separata dell’INPS. Non è possibile fare i versamenti volontari se si gode già di un trattamento pensionistico.

La legge richiede alcuni requisiti per consentire il versamento volontario dei contributi, vale a dire:

  • almeno 5 anni di contributi (260 contributi settimanali ovvero 60 contributi mensili) indipendentemente dalla collocazione temporale dei contributi versati;

oppure

  • almeno 3 anni di contribuzione nei 5 anni che precedono la data di presentazione della domanda.

Nel caso di versamenti volontari presso la gestione separata INPS art. 2 comma 26 legge n. 335/1995 i requisiti sono più bassi ma devono essere raggiunti nella sola gestione separata:

  • almeno un anno di contribuzione effettiva nel quinquennio antecedente la data di presentazione della domanda;
  • in alternativa, a partire dal 1.1.2001 cinque anni complessivi di contribuzione.

I requisiti contributivi richiesti devono essere perfezionati con contribuzione effettiva è quindi esclusa la contribuzione figurativa.

La domanda si presenta all’INPS in via telematica, anche tramite i patronati, e una volta verificati i requisiti l’Istituto di previdenza concederà l’autorizzazione ai versamenti volontari inviando un bollettino MAV di pagamento.

I versamenti volontari si versano solo per il futuro con scadenze trimestrali entro determinate date, fatta salva la possibilità di versare 6 mesi arretrati, precedenti la domanda, se non già coperti da contributi. I versamenti effettuati oltre i termini di scadenza sono nulli e rimborsabili.

Per quanto riguarda l’importo da pagare, per i lavoratori dipendenti, si prendono a riferimento le retribuzioni riferite alla media delle ultime 52 settimane di contribuzione obbligatoria anche se non collocate temporalmente nell’anno immediatamente precedente la data di presentazione della domanda.

Per i lavoratori autonomi, l’importo è determinato sulla media dei redditi da impresa denunciati ai fini Irpef negli ultimi 36 mesi di contribuzione precedenti la data della domanda.

Mentre, per i coltivatori diretti l’importo del contributo è settimanale e viene determinato sulla base della media dei redditi degli ultimi tre anni di lavoro. Non può comunque essere inferiore a quello previsto per i lavoratori dipendenti. A questi parametri retributivi e reddituali si applicheranno le aliquote contributive previste (vedi circolari INPS n. 56/2013, n. 101/2013).

L’onere dei versamenti volontari è deducibile in sede di dichiarazione fiscale.

I riscatti contributivi

Il riscatto è ammesso per:

  • i periodi in cui non sono stati versati contributi obbligatori che però siano oramai prescritti. E’ necessario produrre documentazione avente data certa che provi la sussistenza del rapporto di lavoro e altri elementi che attestino la continuità del rapporto;
  • il corso legale di laurea, le lauree brevi e i titoli di studio ad esse equiparati;
  • l’attività lavorativa svolta all’estero in Paesi non convenzionati;
  • il congedo parentale che si colloca al di fuori del rapporto di lavoro;
  • gli anni di praticantato effettuati dai promotori finanziari;
  • l’attività svolta con contratto di collaborazione coordinata e continuativa per periodi antecedenti il 1.4.1996;
  • i periodi non lavorati e privi di contribuzione previsti da specifiche disposizioni di legge e comunque successivi al 31.12.1996 nel limite di 3 anni e, fino al 2021, i periodi di “scopertura contributiva” successivi al 1995 nel limite di 5 anni (nuova forma di riscatto di carattere sperimentale introdotta dall’art. 20 del decreto legge 4/2019 convertito nella legge 26/2019);
  • periodi di lavoro svolto con contratto part-time;
  • i periodi di lavoro socialmente utili per la copertura delle settimane utili per il calcolo della misura delle pensioni;
  • i periodi di servizio civile volontario svolti dal 1/1/2009
  • altri periodi di riscatto previsti da specifiche disposizioni di legge.

Nel corso degli anni le possibilità di riscatto dei periodi di studio sono state modulate: è stata introdotta la possibilità di riscatto in caso di inoccupazione (legge 247/2007,) ed stato previsto dal decreto-legge 4/2019 convertito in legge 26/2019 il riscatto con onere agevolato per i periodi che ricadono nel sistema contributivo (Circolare n. 6/2020).

Il decreto-legge 4/2019 ha anche previsto la possibilità di riscattare, per chi ha contributi dal 1996 in poi, al massimo 5 anni periodi privi di contribuzione che si collochino tra il 1996 e il 2019, l’onere è deducibile nella misura del 50%. La domanda per questo tipo di riscatto deve essere presentata entro il 31/12/2021.

La domanda di riscatto si presenta all’INPS, anche tramite i patronati, e l’Istituto di previdenza comunica l’accoglimento e l’onere di riscatto nonché i termini del pagamento in unica soluzione o rateale.

Tali termini devono essere rigorosamente rispettati altrimenti il mancato pagamento può essere considerato rinuncia o, a determinate condizioni, nuova domanda.

I contributi versati a titolo di riscatto sono deducibili in sede di dichiarazione fiscale.

Questi contributi sono utili per il diritto a tutte le prestazioni previdenziali, sono utili per accertare il diritto ai versamenti volontari, per il diritto e la misura di tutte le prestazioni pensionistiche, compresa la pensione di anzianità e anticipata.

Laddove la legge richieda l’ulteriore requisito della “effettiva attività lavorativa” bisogna verificare l’orientamento dell’INPS poiché in tal caso alcune forme di riscatto potrebbero non essere utili.

I contributi da riscatto si collocano nel momento storico cui si riferisce il periodo oggetto di riscatto, di conseguenza la determinazione dell’onere varia a seconda che il periodo sia utilizzabile nel calcolo pensionistico con il metodo retributivo oppure contributivo anche se è determinante l’età, la retribuzione/reddito e l’anzianità contributiva raggiunti al momento della domanda. La determinazione dell’onere segue un procedimento piuttosto complesso per cui è opportuno fare riferimento ai patronati per un’adeguata consulenza. Da segnalare che è ammesso anche in riscatto parziale.

La ricongiunzione dei contributi

La ricongiunzione è disciplinata dalla legge n. 29/1979 e dalla legge n. 45/1990. La legge n. 29/1979 ha subito alcune modifiche per effetto della legge n. 122/2010 le cui conseguenze state parzialmente mitigate della legge n. 228/2013.

In base alla legge n. 29/79 la ricongiunzione può avvenire verso il Fondo pensioni lavoratori dipendenti (art. 1) oppure verso fondi diversi (art.2).

La ricongiunzione legge n. 29/1979 articolo 1 permette di trasferire la contribuzione di ex INPDAP, Fondi speciali, ex Ipost verso il Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti. Fino al 30/6/2010 questa operazione era gratuita, dal 1/7/2010 la ricongiunzione è diventata onerosa. In considerazione dei numerosi problemi sorti a seguito di tale modifica normativa è intervenuto l’articolo 1 commi da 238 a 249 della legge n. 228/2013 che ha introdotto una nuova forma di cumulo contributivo.

La ricongiunzione ex art. 1 legge 29/1979 dalle gestioni speciali dei lavoratori autonomi (ad eccezione della gestione separata dei parasubordinati per la quale non è ammessa la ricongiunzione) al Fondo pensioni lavoratori dipendenti ha, invece, sempre comportato un onere per il richiedente. In questo caso, la facoltà di ricongiunzione può essere esercitata a condizione che l’interessato possa far valere, successivamente alla cessazione dell’attività come lavoratore autonomo, almeno cinque anni di contribuzione in qualità di lavoratore dipendente oppure in una o più gestioni pensionistiche obbligatorie.

La ricongiunzione legge n. 29/1979 articolo 2 è consentita a chi faccia valere periodi di iscrizione nell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti dei lavoratori dipendenti, oppure in forme obbligatorie di previdenza sostitutive, esclusive od esonerative dell’assicurazione generale obbligatoria predetta, oppure nelle gestioni speciali per i lavoratori autonomi gestite dall’Inps per spostare detta contribuzione nella gestione, diversa (ad esempio verso ex INPDAP), in cui possa far valere almeno otto anni di contribuzione versata in costanza di effettiva attività lavorativa. Questa ricongiunzione è onerosa. Nel caso di ricongiunzione di periodi da lavoro autonomo valgono gli stessi requisiti richiesti per l’applicazione dell’art.1.

Ricongiunzione legge n. 45/1990: disciplina invece la ricongiunzione dei periodi di contribuzione presso le casse di previdenza per i liberi professionisti con quelli presso le gestioni obbligatorie di previdenza per i lavoratori dipendenti, pubblici o privati, o per lavoratori autonomi, oppure presso diverse gestioni previdenziali per liberi professionisti. Prima dell’età pensionabile si può ricongiungere solo nella gestione presso cui si è iscritti al momento della domanda. È possibile la ricongiunzione in una gestione diversa da quella di iscrizione solo al raggiungimento dell’età pensionabile e solo se in tale gestione risultino almeno dieci anni di contribuzione continuativa, per effettiva attività. Anche questo tipo di ricongiunzione è onerosa.

La domanda di ricongiunzione si presentata all’Istituto, Ente, Cassa, Fondo o gestione previdenziale nella quale si chiede di ricongiungere i diversi periodi. Può essere esercitata una sola volta. Può essere esercitata una seconda volta dopo almeno dieci anni dalla prima, con almeno cinque anni di contribuzione per effettivo lavoro oppure al momento del pensionamento e solo nella stessa gestione nella quale ha avuto effetto la precedente ricongiunzione.

Per la determinazione dell’onere rilevano la retribuzione/reddito, età, anzianità contributiva e ammontare dei contributi al momento della domanda.

Nel provvedimento di accoglimento sono indicate le modalità da seguire per il pagamento e sono precisati i termini previsti per effettuare il versamento che può avvenire in unica soluzione oppure ratealmente. Il mancato versamento dell’importo in unica soluzione o delle prime tre rate sarà considerato come rinuncia alla ricongiunzione. Il mancato pagamento di due rate consecutive, nel corso di una rateazione già iniziata, comporta l’annullamento dell’operazione di ricongiunzione con rimborso di quanto versato.

I contributi versati per il pagamento della ricongiunzione sono deducibili in sede di dichiarazione fiscale.

N.B.: A causa dell’emergenza Covid-19, il decreto legge n. 18/2020 ha previsto la sospensione dei termini di decadenza e prescrizione delle prestazioni previdenziali, assistenziali e assicurative INPS e INAIL dal 23 febbraio al 1 giugno 2020, di conseguenza anche i termini per l’accettazione degli oneri di riscatto e ricongiunzione in scadenza in questo periodo sono stati sospesi per riprendere per la parte residua alla fine dell’emergenza (Vedi circolare INPS n. 50/2020).

Totalizzazione e cumuli contributivi

Totalizzazione: è disciplinata dal decreto legislativo n. 42/2006. Per effetto dell’applicazione dell’incremento del requisito per effetto della variazione dell’aspettativa di vita oggi consente di ottenere una pensione di vecchiaia all’età di 66 anni (per uomini e donne) oppure una pensione anticipata con un totale di 41 anni di contributi. Per riscuotere la prestazione è necessario rispettare anche la “finestra” mobile di 18 mesi nel caso della vecchiaia e di 21 mesi nel caso dell’anticipata. E’ possibile ottenere anche la pensione di inabilità e la pensione ai superstiti. Il calcolo della pensione avverrà per lo più con il metodo di calcolo contributivo. La scelta della totalizzazione dei contributi viene effettuata al momento della domanda di pensione.

Cumulo contributivo per i lavoratori autonomi: è previsto dall’art. 16 della legge n. 233/1990. I lavoratori iscritti in una delle gestioni speciali dei lavoratori autonomi (commercianti, artigiani, coltivatori diretti) possono cumulare la contribuzione versata nelle medesime gestioni oppure nell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti dei lavoratori dipendenti. L’importo della pensione è determinato dalla somma della quota di pensione calcolata secondo le regole delle gestioni dei lavoratori autonomi e dalla quota di pensione calcolata con le regole della gestione dei lavoratori dipendenti. Il requisito a pensione (vedi età) si raggiunge con le regole dei lavoratori autonomi.

Cumulo introdotto dalla legge 228/2013 e ampliato con la legge 232/2016: l’art. 1 commi 239 e ss. della legge n. 228/2012 ha previsto una nuova fattispecie di cumulo per tentare di risolvere i problemi derivanti dall’introduzione dell’onerosità dell’art. 1 della legge n. 29/1979. La legge 232/2016, sulla base di quanto previsto nel verbale di accordo sulle pensioni firmato tra Governo e Sindacati il 28 settembre 2016 ha esteso la possibilità di utilizzarlo. Di conseguenza, dal 2017 i lavoratori iscritti a due o più gestioni previdenziali obbligatorie dei lavoratori dipendenti, autonomi e iscritti alla gestione separata di cui all’art. 2 comma 26 legge 335/1996 e alle forme sostitutive ed esclusive della medesima, nonché gli enti di previdenza di cui al d.lgs. 509/1994 e d.lgs. n. 103/1996 (casse professionali) che non siano già titolari di trattamento pensionistico presso una di tali gestioni, hanno la facoltà di cumulare i periodi assicurativi non coincidenti per conseguire un’unica pensione. Il precedente limite che imponeva di non essere neppure in possesso dei requisiti per il diritto al trattamento pensionistico è stato eliminato. Le prestazioni ottenibili con tale cumulo gratuito sono oggi: la pensione di vecchiaia in base ai requisititi previsti dalla legge 214/2011, la pensione anticipata di cui all’art. 24 c. 10 legge 214/2011 (compresa la pensione per i lavoratori precoci di cui parleremo successivamente), la pensione di inabilità di cui all’art. 2 della legge 222/1984, la pensione ai superstiti di assicurato deceduto prima di aver acquisito il diritto a pensione (Per i dettagli applicativi, anche molto complessi, si vedano le circolari INPS n. 60/2017 e n. 140/2017).

Computo nella gestione separata: è disciplinato dall’art. 3 DM n. 282 del 2 maggio 1996 e prevede la possibilità per gli iscritti alla gestione separata ai sensi dell’art. 2 comma 26 legge 335/1995 che possono far valere periodi contributivi presso l’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti dei lavoratori dipendenti, le forme esclusive e sostitutive della medesima e le gestioni speciali dei lavoratori di chiedere — nell’ambito della gestione separata — il computo di questi periodi contributivi ai fini del diritto e della misura della pensione a carico della gestione stessa, alle condizioni previste per la facoltà di opzione di cui all’art. 1, comma 23, della legge n. 335 del 1995 vale a dire in presenza di almeno 15 anni di contribuzione di cui 5 anni a partire dal 1/1/1996.

Assistenza Fiscale, Tributaria, Previdenziale e Amministrativa | Servizi CAF e Patronato | Seguici anche su Facebook: https://bit.ly/2pUjhrX

Assistenza Fiscale, Tributaria, Previdenziale e Amministrativa | Servizi CAF e Patronato | Seguici anche su Facebook: https://bit.ly/2pUjhrX